Il clima è prevedibile

Nel processo di analisi dei cambiamenti climatici è opportuno considerare, oltre ai dati riguardanti l’andamento del clima nel passato e nel presente, anche un possibile andamento climatico nel futuro. Ma come si prevede il futuro? Gli studiosi di climatologia, negli anni, hanno creato dei complessi modelli matematici in grado di riassumere graficamente i cambiamenti climatici in una porzione di tempo.

Prima di descrivere questi modelli è necessario distinguere, però, due concetti fondamentali: quello di “clima” e quello di “meteo”. Nel linguaggio quotidiano, i due termini sono considerati spesso sinonimi, ma, scientificamente, esistono grandi differenze: in particolare, le previsioni meterologiche riguardano le condizioni atmosferiche osservabili in una precisa località in un breve periodo di tempo, tenendo conto anche delle condizioni delle località limitrofe, mentre il concetto di clima è molto più ampio, in quanto fa riferimento a condizioni globali e a lungo termine. È partendo da questi presupposti che gli studiosi sono riusciti a realizzare modelli meterologici e modelli climatici: nel nostro caso, terremo in considerazione soltanto i modelli climatici, gli unici, cioè, in grado di garantire l‘ottenimento di una previsione a lungo termine.

Tutti i modelli climatici suddividono la superficie terrestre in una griglia di maglie uguali, simili a quelle di una scacchiera: ad ognuna di esse sono associati dei valori numerici che permettono di descrivere i valori climatici e ambientali che la caratterizzano. In un modello climatico, ogni fattore o evento discreto che altera l’energia del sistema clima viene detto forcing (forzatura) e si misura in watt per metro quadrato (W/m2): si misura, cioè, di ogni forzatura, il suo effetto, calcolando quanti watt sono stati aggiunti o sottratti a ogni metro quadrato di superficie terrestre. È possibile indivisuare due tipi di forzature, entrambi necessari per tracciare l’andamento climatico: le forzature di origine naturale, come le eruzioni vulcaniche e le forzature di origine antropica, come l’emissione di gas serra nell’atmosfera. Due sono, inoltre, i metodi per applicare i modelli climatici: il primo è definito transiet run e consiste nell’aggiungere alla simulazione dell’atmosfera la forzatura in maniera graduale, come accadrebbe nella realtà; il secondo, detto, invece, equilibrium run, prevede che la forzatura sia aggiunta tutta in una volta, con la conseguente esecuzione di nuove previsioni, finchè non viene raggiunto l’equilibrio.

Sono circa quindici i modelli climatici riconosciuti a livello internazionale, ognuno presentante caratteristiche differenti. Tra questi, il principale è il “modello GISS”, acronimo del Goddard Institute for Space Studies, ovvero l’istituto della NASA che effettua studi climatici globali. Diverse sono le versioni di questo modello, ma la più recente si chiama ModelE: essa analizza la superficie della Terra in 3312 caselle, corrispondenti a porzioni effettive di territori della superficie terrestre. Ogni mezz’ora il sistema alla base del ModelE effettua calcoli e algoritmi per aggiornare le caratteristiche di ciascuna casella.

Concludendo, sorge, però, una domanda: in che misura sono realmente attendibili tali modelli? È necessario ricordare che essi sono soltanto approssimazioni, utili per mettere in luce delle possibili condizioni climatiche future e per elaborare strategie di prevenzione. Spetta, quindi, soltanto all’uomo, con le sue azioni di mitigazione, adattamento e resilienza, il compito di riuscire, consultando i modelli climatici, a cambiare e, possibilmente, migliorare il futuro del suo pianeta!

 

Claudia Sessa

IV C