Richieste di pace da tutto il mondo calcistico.
L’invasione russa è ormai cominciata da qualche giorno e sta causando delle conseguenze nel mondo del calcio: il campionato ucraino è stato sospeso per un mese e vari aggiornamenti dovrebbero arrivare nei prossimi giorni, la sede della finale di Champions League da San Pietroburgo è stata spostata e si giocherà a Parigi al Parco dei Principi stadio di casa del Paris Saint Germain.
La più grave conseguenza potrebbe verificarsi nei playoff del Mondiale che la Russia dovrà giocare in casa contro la Polonia che, in una nota ufficiale, ha posto alla UEFA il problema della sede. Si sono opposti alla partita anche dei singoli come Robert Lewandowski, bomber polacco che gioca nel Bayern Monaco in Germania e Wojciech Tomasz Szczęsny, portiere polacco di proprietà della Juventus.
Ripercussioni ci sono state anche per gli sponsor russi come Gazprom che è stato tagliato fuori dallo Schalke04, squadra tedesca che ha modificato la maglia togliendo il nome dello sponsor e mettendoci quello della società.
Oltre a ripercussioni, ci sono stati anche dei messaggi dai giocatori come l’ucraino Ruslan Malinovsky, centrocampista offensivo dell’Atalanta, che dopo aver segnato un fantastico gol contro l’Olympiakos ha mostrato una maglietta con su scritto “No war in Ukraine” che letteralmente significa “No alla guerra in Ucraina” pregando che questo scempio finisca il prima possibile.
Tristezza anche per l’altro Ucraino sceso in campo recentemente: Oleksandr Zinčenko, terzino del Manchester City, che durante il riscaldamento pre-partita scoppia in lacrime per la sua Ucraina e va a consolarsi dall’avversario connazionale Mykolenko.
Antonio Trotta

LA GUERRA DENTRO
Andrà tutto bene te lo prometto, tornerai presto e faremo tutto quello che sognavamo da piccoli. Viaggeremo e ci divertiremo. Combatti per me.
La guerra è iniziata. Niccolò è andato in guerra e ha lasciato lì il suo migliore amico. Il suo amico d’infanzia, colui con cui aveva progettato tutto ciò che avrebbero fatto in un futuro insieme.
Via il primo, via il secondo e al terzo anno la guerra è finita. L’Italia ha vinto. Tutti sono liberi di tornare a casa. L’esercito può slegarsi. I soldati morti sono oltre 2400 tra giovani, padri e anziani. Marco si trova all’aeroporto dove sarebbero scesi tutti i militare rimasti. Ne sono solo 254. 2146 possibilità di ritrovare Niccolò tra i cadaveri, 254 di
ritrovarlo su quel volo. Marco sbarra gli occhi 254 volte. Niccolò corre.
Lo stringe forte tra le braccia ma gli occhi di Niccolò sono persi nel vuoto. Un caffè al volo. Niccolò non parla. Continua a fissare il vuoto con gli occhi spalancati. Marco non sa come comportarsi. Prova a mettergli una mano sulla spalla ma non appena lo sfiora Niccolò urla. “Non mi fare del male ti prego”. Si ripara la testa con le mani. Marco lo tranquillizza ma lui continua a tremare.
Il giorno dopo la storia si ripete. Le crisi sono continue e frequenti. Niccolò non parla, non racconta, ha paura di dialogare, paura di essere toccato. Non è più lo stesso. La guerra lo aveva cambiato radicalmente. Le scene violente che aveva visto si ripetevano ininterrottamente nella sua mente e non gli permettevano di vivere il presente. Nessuno dei due sapeva che quei tre anni avrebbero potuto incidere sul resto della sua giovane vita. La guerra te la porti dentro, per sempre.
La guerra non finisce, neanche quando le truppe si ritirano. La guerra ti resta in testa e nel petto, i campi di battaglia, le urla, ti si appiccicano dentro e non se ne vanno più. Due uomini lì, uno di fronte l’altro, che combattono per volontà di chissà chi, in nome di ideali che forse non condividono ma che sono costretti a far valere. Due uomini, uno di fronte all’altro, occhi negli occhi, due uomini, consapevoli che uno dei due guarderà quegli occhi per l’ultima volta, quegli occhi imbevuti di ricordi e di vite ormai passate. Vite che non torneranno più: anche chi ne esce vivo, la sua vita la lascia lì, sul campo di battaglia, accanto ai cadaveri, perché quei cadaveri e quegli spari se li porta nel petto, nel cuore, nella mente, per sempre.
Fabiola D’arienzo

Pappagalli verdi: dal romanzo di Gino Strada alla guerra in Ucraina
“Io non sono un pacifista. Io sono contro la guerra”: questa è una delle frasi più celebri di un importante attivista e scrittore, scomparso di recente: Gino Strada.
Laureatosi in Medicina e Chirurgia, decide poi di assistere i feriti di guerra, lavorando con la Croce Rossa di numerosi Paesi europei per più di 25 anni. La terribile tragedia sociale a cui assiste lo spinge a fondare un’associazione umanitaria, denominata Emergency, e ispira la stesura di due romanzi: Pappagalli Verdi e Buskashì. Le opere di Strada, in cui viene descritta accuratamente la triste realtà che ha toccato con mano, sono una chiara espressione del suo pensiero riguardo la brutalità della guerra. Lui ritiene che il cervello umano debba svilupparsi al punto da rifiutare tale strumento, poiché rappresenta la più grande vergogna dell’umanità.
Il titolo del suo primo romanzo, Pappagalli Verdi, deriva dalla forma di alcune mine, costruite come giocattoli, con l’idea che siano soprattutto i bambini a raccoglierle e quindi i primi a morire o a restare mutilati. Strada vede adottare questa pratica per la prima volta nel territorio del Vietnam, colpito da queste mine “mascherate”, ideate dall’Unione Sovietica.
Il metodo delle mine giocattolo viene utilizzato molto più spesso di quanto si possa immaginare. A denunciarlo, negli ultimi giorni, è la parlamentare ucraina Lesia Vasylenko, tramite un avviso su Twitter: “Attenzione! Gli aerei russi lanciano giocattoli per bambini, telefoni cellulari e oggetti di valore pieni di esplosivo”. L’obiettivo della Russia, che ha da poco dichiarato guerra all’Ucraina, è quello di colpire donne e bambini, per provocare il panico e spingere il Paese avversario alla resa.
Una parte dei civili ucraini è momentaneamente nascosta nei bunker sotterranei, per via dei bombardamenti che stanno gradualmente distruggendo il Paese.
Ma le persone a cui non viene garantita alcuna sicurezza rischiano di imbattersi ogni giorno nelle mine giocattolo; rischiano di trovarsi senza una gamba, o un braccio; rischiano di essere trascinate nel buio dai pappagalli verdi.
Carmen Villani

Guerra e giornalismo
“La storia esiste solo se qualcuno la racconta”

Tiziano Terzani, giornalista e scrittore italiano, è noto soprattutto per la sua vasta conoscenza dell’Asia orientale del XX secolo e per essere uno dei pochissimi giornalisti occidentali a testimoniare la caduta di Saigon per mano dei Viet Cong. Le esperienze di Terzani in Asia sono descritte in articoli e saggi sui giornali, oltre che nei suoi numerosi libri. Nel primo, Pelle di leopardo, descrive le ultime fasi della guerra del Vietnam. Il seguente, Giai Phong! The Fall and Liberation of Saigon, racconta l’acquisizione della capitale del Vietnam da parte dei vietcong. Due anni dopo, quasi morì mentre cercava di documentare la nuova “Kampuchea Democratica”. Dopo l’11 settembre scrisse Lettere contro la guerra. La guerra del Vietnam, inoltre, portò ad una svolta nei rapporti tra guerra e mass media, infatti fu la prima ad essere raccontata dalla televisione.
Il rapporto tra i mezzi di comunicazione di massa e la guerra è stato sempre caratterizzato da un legame di reciproca dipendenza. A partire dal telegrafo elettrico, le innovazioni delle tecnologie della comunicazione ebbero conseguenze rilevanti sul condizionamento dell’opinione pubblica, garantendo una velocità di scambio delle informazioni tra i giornalisti che annullava le distanze tra ciò che accadeva e ciò che si poteva sapere. Nacque la figura del corrispondente di guerra, impegnato a seguire e a riferire le imprese dei soldati. Lincoln introdusse la ‘censura militare’ e in questo modo le notizie venivano manipolate, ciò fu fondamentale nel rafforzare l’appoggio dell’opinione pubblica. Accanto alla stampa, nacquero altri mezzi di comunicazione di massa: la radio e il cinema. I cinegiornali e i film di guerra rappresentarono uno strumento decisivo per mostrare la guerra ai civili.

Vietnam, la prima guerra in TV 1968
I fotogiornalisti che immortalano i conflitti corrono pericoli per prendere quell’immagine che nessuno possiede. Molti ci lasciano la pelle. Toni Fontana ribadisce il ruolo di cronista del giornalista di guerra: “Il Giornalista che va in guerra ha prima di tutto un dovere nei confronti dei lettori: dire loro quello che
non possono vedere direttamente”. Il giornalismo embedded, è una forma di giornalismo di guerra che permette al giornalista di raccontare il conflitto dal punto di vista del soldato, ma le informazioni corrono il rischio di essere “filtrate” dalla parte militare cui si è aggregati. Offre, però il vantaggio di una
maggiore sicurezza per il giornalista. Pochi sono i giornalisti coraggiosi e fedeli al loro incarico e alcuni hanno perso la vita, come Peppino Impastato, Giancarlo Siani e Giuseppe Fava.
Sabrina De Rosa

La politica italiana con chi si è schierata nella guerra russo-ucraina?
Dopo l’attacco alle principali città ucraine la politica italiana si è unita contro le aggressioni da parte della Russia di Putin
I leader occidentali si sono ufficialmente schierati contro Mosca, ma in alcune dichiarazioni e alcune votazioni lasciano intuire posizioni differenti da quelle raccontate. Alcuni esponenti della politica italiana come Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono sempre stati groupie di Vladimir Putin.
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, commentando, in una nota, l’invasione dell’Ucraina come “attacco ingiustificato e ingiustificabile” ha aggiunto anche che l’Italia sarà vicina al popolo e alle istituzioni ucraine e all’Ucraina in questo momento drammatico. Il governo è attualmente a lavoro, con gli alleati europei e della Nato, per rispondere immediatamente, con unità e determinazione. Dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio anche i partiti hanno espresso il loro pensiero.
Il Partito Democratico è contrario alla guerra Russia-Ucraina e a tutte le azioni intraprese finora da Putin. Il segretario Enrico Letta parla di “reagire a questa sfida senza precedenti ai principi di libertà e democrazia in Europa” e in collegamento con il congresso dei Radicali Italiani, ha dichiarato che l’Europa è unita e che in pochissimi giorni ha dimostrato di saper esprimere una posizione unitaria e ferma, che sta cambiando l’ordine delle cose. Altri esponenti politici si sono espressi su Twitter, come il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio che ha definito gli attacchi russi “una gravissima e ingiustificata aggressione, non provocata, ai danni dell’Ucraina, che l’Italia condanna con fermezza”.
Il leader della Lega Matteo Salvini ha condannato gli attacchi di Putin con l’auspicio di un immediato stop alle violenze. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ha affermato che “L’Europa ripiomba in un passato che speravamo di non rivivere più”. Matteo Renzi, fondatore di Italia Viva, ha ricordato, in un tweet, le vittime dell’attacco russo in Ucraina e i loro cari che le stanno piangendo.
Per il Movimento 5 Stelle, l’ex primo ministro, Giuseppe Conte, si è recato presso l’ambasciata ucraina in Italia per manifestare la piena solidarietà e il sostegno promuovendo per primo in Europa attività per aiutare gli il popolo ucraino.
Giulia Cammarano

LA GUERRA È ANCHE IN ITALIA
Anche l’Italia vive la guerra: non una guerra fisica ma una guerra finanziaria.
Senza il gas, l’Europa non ha niente. Il maggiore importatore di gas è la Russia, specialmente in paesi come l’Italia o la Germania, quindi cosa accadrebbe all’Italia se la Russia chiudesse i rubinetti del gas? Sarebbe capace di andare avanti con le proprie forze? Oramai è risaputo che la guerra tra Ucraina e Russia avrà effetti anche sull’Europa ed è impossibile evitarli.
In Italia non si discute di altro: il ministro Draghi, il giorno 27 febbraio 2022 (3 giorni dopo l’invasione), ha dichiarato che l’Italia è entrata in uno stato di pre-allarme a causa del gas che comincia a scarseggiare. Lo stato di pre-allarme è il primo di tre gradini di gravità: per ora si prevede solo un monitoraggio e la vigilanza degli effetti sugli eventi ma i politici italiani ritengono che l’Italia sia lontana da una vera e propria emergenza.
Le stime calcolano che il 96% del gas consumato in Italia provenga dall’estero; appunto, il maggior importatore di gas in Italia è la Russia con oltre il 40%. Già si sono registrati dei rialzi tra l’inizio del 2020 e l’inizio del 2022, infatti il prezzo del gas è aumentato dai 16,06 c€/kWH (in media per una famiglia) a 46,03 c€/kWH.
Per evitare una forte ricaduta economica italiana, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani dichiara che: “l’obiettivo in generale è quello di ridurre la forte dipendenza dalla Russia” e pianifica la soluzione di aumentare le quote delle forniture di gas extra russo, cioè l’Algeria e il Qatar.
Le prime conseguenze dello scoppio della guerra sui mercati finanziari sono i crolli delle borse, ad esempio quella di Mosca ha registrato un -45% solo nella giornata del 24 febbraio, che si ripercuotono sui prezzi delle materie prime.
Ed è anche dell’importazioni delle materie prime come il grano che l’Italia si preoccupa infatti è l’Ucraina che importa in Italia il 20% di mais e il 5% di grano destinato alla panificazione. L’organizzazione Assoutenti fa notare che già a gennaio il prezzo della pasta ha subito un rincaro del 12,5% e continuerà ad aumentare fino ad un rincaro del 30% mentre il prezzo del pane già aumentato del 3,5% potrebbe subire un rincaro del 10%. Insomma, la guerra finanziaria non trattiene solo Russia e Ucraina ma interessa anche l’intera Europa.
Anna Risi

I DISASTRI DELLE ARMI
Nascono armamenti sempre più letali
Le armi di cui oggi si sente parlare son ben diverse da quelle utilizzate nel corso della storia, infatti la loro evoluzione è concorde con quella dell’uomo. Nelle prime fasi evolutive dei nostri progenitori, le armi erano utilizzate
esclusivamente per necessità, ad esempio per cacciare o per difendersi.
Le prime di esse erano semplici sassi da lanciare o bastoni acuminati, la cui punta era ottenuta affilando il legno che veniva parzialmente bruciato o servendosi di una pietra. Sono diverse le scoperte che col passare del tempo rendono le armi sempre più raffinate: le lance, le spade, le balestre, i dardi infuocati, ma la vera rivoluzione si ebbe con la polvere da sparo utilizzata per la prima volta in Cina nel decimo secolo. Con essa l’uomo ha costruito pistole e poi fucili capaci di sparare a lunga gittata e in modo automatico: le armi sparano a raffica finché si esauriscono i colpi nella cartuccia. Tuttavia, queste non costituiscono gli armamenti più letali il cui ruolo spetta alle bombe. Esse, contrariamente ai fucili e alle pistole, sono capaci di fare danni a più obbiettivi. Col passare del tempo, le bombe sono diventate sempre più forti e distruttive: da esplosioni di bassa gittata come granate, C4 e mine, l’uomo è passato all’utilizzo di armi di distruzione di massa, come bombe atomiche o nucleari e la bomba Zar. Dal punto di vista della categoria, esse si differenziano in bombe a fissione e a fusione.
Il funzionamento delle prime si basa sulla reazione di fissione nucleare, un processo di divisione del nucleo atomico, che trasforma un elemento pesante costituito da uranio-235 o plutonio-239, detto fissile, in due o più nuclei di massa inferiore a causa della collisione con un neutrone libero. La rottura del nucleo produce, oltre a elementi più leggeri, ulteriori neutroni liberi e una quantità molto significativa di energia. Se il materiale fissile ha una massa sufficientemente grande, detta “massa critica”, i neutroni liberi prodotti sono in grado di colpire nuovi nuclei di elemento fissile, producendo una reazione a catena incontrollata che si propaga per tutta la massa di materiale liberando un’enorme quantità di energia in un tempo brevissimo. Di questo tipo sono gli ordigni che gli statunitensi hanno rilasciato su Hiroshima e Nagasaki causando circa 240mila vittime.
Le bombe a fusione nucleare, dette anche all’idrogeno o termonucleari, sono determinate da reazioni nucleari per le quali due nuclei di elementi leggeri, come l’idrogeno, ai quali viene fornita sufficiente energia, possono fondersi formando un unico nucleo più pesante ed emettendo una notevole quantità di energia. Un ordigno di questo genere è la bomba Zar. Questa è il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato. La bomba fu progettata in Unione Sovietica da un gruppo di fisici coordinati da Andrej Sacharov tra Luglio e Ottobre del 1961. Il test venne eseguito il 30 Ottobre dello stesso anno facendo registrare effetti devastanti: fu osservato un raggio di distruzione totale di 35 chilometri.
Le bombe atomiche e termonucleari provocano effetti diretti sul corpo dell’uomo, cioè le conseguenze che si verificano subito dopo l’esplosione: gli ordigni producono le onde d’urto che danneggiano soprattutto le giunzioni tra i tessuti di diverse densità, in particolare tra i tessuti muscolari e ossei. I polmoni e la cavità addominale, contenenti aria, vengono duramente colpiti sviluppando gravi emorragie o embolie rapidamente fatali; le esplosioni più forti causano anche una rottura immediata dei timpani. Durante le esplosioni di questi ordigni sono prodotti anche effetti indiretti: le radiazioni elettromagnetiche e ionizzanti, queste possono provocare malattie acute riducendo la produzione di cellule ematiche e danneggiando il tratto digerente. Dosi molto elevate di radiazioni possono anche compromettere il cuore, i vasi sanguigni, il cervello e la cute, aumentando il rischio di tumori.
Molti studiosi si interrogano sulla follia dell’uomo di progettare queste armi, infatti le bombe di cui oggi le nazioni sono in possesso possono provocare l’estinzione della specie umana. Oggi, con questi armamenti, sé nascerà un terzo conflitto di scala mondiale, esso sarà molto più distruttivo della seconda guerra mondiale. Purtroppo, queste preoccupazioni sono concrete a causa dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina. Se i paesi della Nato aiutassero lo stato di Zelensky, presidente ucraino, nascerebbe un terzo conflitto mondiale che, come ha definito il ministro russo degli esteri Sergej Viktorovič Lavrov, sarà una guerra nucleare. Albert Einstein, fisico e matematico del 1900, con la frase “Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so per certo che la quarta si combatterà con pietre e bastoni”, allude alla devastazione che l’uomo provocherà a sé stesso: a causa di un uso inappropriato della tecnologia, verranno annientate tutte le scoperte e le evoluzioni della storia, lasciando l’uomo in una nuova fase preistorica.
Lucian Manuel Christian


