
Conosciamo tanti partigiani, deportati e deportati IMI, ovvero Internati Militari Italiani, ma partigiani, deportati e IMI cavesi noi non li conosciamo. Perché? Il comune di Cava de’ Tirreni ha fatto abbastanza per organizzare eventi e manifestazioni allo scopo di farci conoscere le storie dei nostri concittadini che hanno patito la guerra?
Uno dei tanti figli di questa terra fu Antonio Troiano,nato il 27 ottobre 1919, a soli vent’anni è stato assegnato al Reparto Volo dell’aviazione della II Zona Territoriale al comando di Padova, poi alla città di Pola.
Fu arrestato dai tedeschi il 10 settembre 1943 e “ridotto in cattività” in territorio germanico. Su 700mila uomini,525mila soldati si rifiutarono di collaborare coi tedeschi, e lui era tra questi. Per questo fu internato nel campo di concentramento di Treblinka, poi Bublitz, Buchenwald, Erfurt e infine rientrò a Treblinka.
Ma cosa faceva Antonio prima di andare in guerra? Un grande lavoratore. Fu occupato dapprima nel pastificio cavese Apicella, quindi dopo la guerra ha operato nel pastificio Ferro, finché non fallì nel 1969. I suoi ultimi anni di dipendente li trascorse fino al 1995 alsupermercato AVA.

Un uomo umile, un pastaio che andò incontro a qualcosa di terribile: i campi di concentramento. È stato lì, in quell’inferno, che ha dovuto improvvisarsi panettiere e meccanico. Ma la sua forza d’animo fu più grande del male. Mentre era in guerra, prima che venisse catturato, disse al padre Gaetano Troiano di andare a firmare al posto suo per sposarsi con Vincenza Santoriello. E tutte le lettere che Antonio spedì alla moglie non arrivarono mai, perché Mussolini non firmò il Trattato di Ginevra che permetteva alla Croce Rossa di aiutare i prigionieri di guerra. Così ad Antonio, come ogni altro IMI, non arrivarono i pacchi spediti dai familiari. Mentre era lì, la violenza colpiva anche la popolazione civile di Cava de’ Tirreni, vittima di tante vessazioni da parte dei tedeschi che ritirandosi vendevano cara la pelle.
Poi fu luce. Antonio riacquistò la sua libertà l’11 aprile del 1945. Fece ritorno a casa nel luglio dello stesso anno.Ha raccontato ai familiari e ai conoscenti tutte le sue avventure che poi nel 2009 trasferì anche alla scrittrice e giornalista Patrizia Reso. Ora la sua testimonianza si può leggere nel suo libro “La storia ignorata”, una storia che ha cercato di tramandare, raccontandola ai figli Gaetano e Bartolomeo, ai nipoti Enza, Antonio, Giovanni, Nadia e Carmen e addirittura ai pronipoti Antonietta e Gaetano Troiano e Gerardo, Anna Maria Fiorentino.
Antonio morì il 16 maggio 2013, vedovo da 10 anni, all’età di 94 anni e sempre ha sostenuto che lo stato italiano gli ha dato solo una croce di guerra, e nel 2018 una medaglia d’onore ritirata dal figlio Gaetano Troiano, ma nessun risarcimento.
Dal mio punto di vista, quello di un giovane che adesso si affaccia alla vita, allora mi chiedo in quale Stato viviamo? Nega un risarcimento a chi è testimone delle atrocità naziste. Tutto sembra essere lasciato nell’oblio, perché se non fosse per Patrizia Reso quei partigiani, quei deportati e quegli IMI sarebbero solo nelle menti dei familiari. Mi chiedo ancora se noi cavesi conosciamo il libro “La storia ignorata”. La storia di nostri concittadini che hanno patito e salvato la patria. Forse la storia è ignorata se ci interessiamo di coloro che sono famosi, mentre non degniamo nemmeno di una minima attenzione alle personalità che hanno fatto la Storia rimanendo nel silenzio. C’è da chiedersi che cosa significhi essere italiani e cavesi. La risposta è di grande responsabilità.







Fiorentino Gerardo 1ªC
