Nella gelida notte tra il 2 e il 3 marzo 1944, il treno merci 8017 percorreva la lunga tratta Napoli-Potenza. In un contesto di guerra, sui binari si riusciva a respirare la stessa guerra: non quella tra Alleati e nazi-fascisti, quella per la fame. Il treno 8017 trasportava legname per ricostruire i ponti distrutti dai tedeschi, e non solo, nei vagoni rimasti vuoti erano presenti oltre 600 passeggeri, di cui una parte aveva anche pagato il biglietto. Ma perché erano su un treno merci? Perché dalla Campania andare a Potenza? Soltanto per comprare del cibo: fagioli, ceci, lenticchie, farina, uova e pollame. In Campania non vi era cibo poiché anche i soldati si erano approvvigionati di quel poco che c’era. La locomotiva E.626, venne sostituita a Salerno da due locomotive a vapore, la 480.016 e la 476.058: questo perché fino al 1994 il tratto Battipaglia-Potenza non fu mai dotato di trazione elettrica. Il convoglio, composto da 47 carri merci, alle ore 19 del 2 marzo partì dalla stazione di Battipaglia. Alla stazione di Eboli alcuni abusivi furono fatti scendere, ma alle stazioni successive ne salirono ancora di più. Alle ore 0.50 del 3 marzo, ripartì per un tratto caratterizzato da forti pendenze e numerose gallerie molte e poco areate.


Lungo tale via vi è la galleria “Delle Armi”, a 800 metri dall’uscita il treno finì per fermarsi e cominciare a procedere in senso contrario. La galleria presentava già una concentrazione significativa di monossido di carbonio a causa del passaggio, poco prima, di un’altra locomotiva. Gli sforzi delle locomotive svilupparono a loro volta grandi quantità di monossido di carbonio, che fecero perdere i sensi al personale di macchina. In poco tempo anche la maggioranza dei passeggeri, che in quel momento stava dormendo, venne asfissiata dai gas tossici che non riuscivano a defluire adeguatamente dalla strettissima galleria. Quel carbone era stato fornito dagli Alleati, ma la sua qualità era scarsa poiché produceva solo vapore e non calore per far muovere il treno. L’unico membro del personale di bordo che sopravvisse fu Luigi Ronga, il fochista della locomotiva di tipo 480.016: dichiarò che il macchinista suo compagno, Espedito Senatore, prima di svenire aveva tentato di manovrare per uscire dalla galleria all’indietro. Nella seconda macchina, la 476.058, invece, il macchinista Matteo Gigliano e il fuochista Rosario Barbaro interpretarono la retrocessione del convoglio come una perdita di potenza e aumentarono la spinta. I due equipaggi non poterono comunicare per accordarsi sulla manovra da eseguire prima di essere sopraffatti dal gas; in questo modo le due locomotive agirono in modo opposto, il primo spingendo all’indietro e il secondo trazionando in avanti.

Così quella notte gelida oltre 600 persone esalarono il loro ultimo respiro senza accorgersene. I sopravvissuti in totale sono 90 e hanno avuto danni psicologici permanenti. Gli Alleati pensavano a vincere la guerra e Badoglio insabbiò il caso. Le autorità, poi in capo a due giorni, si affrettarono a fare sparire tutti quei corpi scaraventandoli in un’unica fossa scavata al centro del cimitero di Balvano. Da quel momento sono calati il silenzio e l’indifferenza.
Insabbiare un tragico evento, significa non avere rispetto della memoria e di quelle persone che, affamate, hanno perso lì la loro vita.
Fu onesto che il Consiglio italiano, situato a Salerno, per evitare una critica serrata dalla stampa abbia ucciso la memoria di questi nostri concittadini? Oggi la storia può ripetersi? Sembra che nulla sia cambiato: la Shoah, le foibe, il disastro di Balvano, non ha fatto cambiare la mentalità equivoca e subdola degli uomini “al potere”, non ci hanno sensibilizzato questi eventi.
Gerardo Fiorentino IC
