Venerdì 28 novembre – le classi 1E, 1M e 2B del Liceo Scientifico Andrea Genoino hanno assistito allo spettacolo Polvere di Saverio La Ruina, che affronta come tema centrale la violenza sulle donne. Sulla scena vi erano solo due personaggi, un uomo e una donna, interpretati da Saverio La Ruina e Cecilia Foti, e si assiste alla parabola della loro relazione tossica: l’uomo assume nei confronti di lei atteggiamenti di gelosia e ossessione in diverse situazioni.

Innanzitutto, la rimprovera di non averlo presentato come suo fidanzato ai suoi amici e osserva con sospetto alcuni suoi gesti abituali, come quello di toccarsi continuamente il collo. La donna si giustifica dicendo che si tratta di un gesto distratto, un modo per concentrarsi, ma l’uomo insiste insinuando che, facendo così, potrebbe comunicare segnali ad altre persone. In seguito, le ordina di togliere un quadro che lei aveva appeso al muro, sostenendo che quel quadro provocasse un atteggiamento seduttivo. Poi la interroga su amici, conoscenti, ex fidanzati. Il rapporto evolve in una spirale sempre più cupa di controllo, gelosia e possessività.
Lui non è un uomo aggressivo né un mostro, ed è questo a inquietare: è pacato, preciso, metodico, e ogni sua parola è un gancio che affonda la protagonista. Sa come distorcere un ricordo in una menzogna, un gesto non programmato in un tradimento, un’emozione in un’arma contro di lei; quando parla sembra voler ascoltare, ma in realtà mira a controllarla; quando simula dolcezza sembra voler proteggere, ma in verità limita e soffoca, commentando i suoi movimenti, come tocca il collo, come incrocia le mani, perché ogni gesto “esprime qualcosa”. È sempre lui a deciderne il significato e così il pubblico osserva una donna che cerca di spiegarsi e un uomo che ridefinisce la realtà in modo sempre più soffocante, senza mai ricorrere alla violenza fisica, perché le sue armi sono le parole.

La scena diventa ancora più cupa quando la protagonista, tremando, racconta la violenza subita anni prima: una sera di agosto, una strada deserta, la paura paralizzante, un ricordo che ogni ascoltatore può condividere con empatia. Ma lui lo utilizza come pretesto per calcolare, giudicare, insinuare che “poteva proteggersi”, che “forse se l’è cercata”, che “le persone normali non si comportano così”. Il trauma, invece di unirli, diventa il punto in cui la colpisce più aspramente, rivelando la faccia più spietata della violenza psicologica: colpisce dove sei ferita, non dove sei debole.
Da quel momento l’uomo aumenta il controllo: le richiede il telefono, l’allerta sugli orari, la posizione della sedia in casa, i dettagli delle conversazioni. Interroga, scava e pretende coerenza anche dove una persona normale non ricorderebbe nulla. Così ogni domanda diventa una trappola, ogni risposta viene distorta, ogni silenzio interpretato come colpa, e le parole dell’uomo costruiscono un labirinto in cui la protagonista si smarrisce insieme allo spettatore.
Verso la conclusione, lui non finge più e la maschera cade: l’insulto arriva, la rabbia esplode, le offese diventano violente – “bugiarda”, “nulla”, “tutta la tua vita è un fallimento”. La donna cerca di resistere, ma la violenza verbale la travolge, e il suo silenzio finale non è debolezza: è la prova più chiara di quanto possa essere devastante una relazione basata sul dominio. Lo spettacolo lascia il pubblico immobile, scosso, perché non propone un’uscita ma una verità scomoda, urgente, necessaria.

Dopo la rappresentazione, si è svolto un dibattito con gli attori, con l’avvocata Stefania De Martino e la psicologa Francesca Silvestri, che hanno fornito strumenti concreti per decifrare ciò che si è appena osservato: come riconoscere la violenza psicologica, come funziona la manipolazione, quali segnali non devono mai essere ignorati e quali protezioni esistono per chi si sente intrappolato in una simile relazione.
Il dibattito ha lasciato un messaggio chiaro: la violenza non comincia con uno schiaffo, ma con un saluto che diventa un processo, con una domanda che si trasforma in un’accusa, con un amore che diventa controllo. Riconoscerla – anche a teatro – è il primo passo per rifiutarla sempre.
Chiara D’Amico, Carmen Falcone 2B
